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Quando si parla di Minimum Viable Product, spesso si fa confusione sul significato reale della parola minimo.
Un MVP non è una versione “brutta” o incompleta di un prodotto finale, ma un prodotto essenziale che risolve un problema specifico, senza accessori, scorciatoie o funzionalità superflue.
“Minimo” non vuol dire povero, ma focalizzato.
Significa togliere tutto ciò che non è strettamente necessario per validare un’ipotesi.
Un esempio classico è l’autenticazione: integrare Apple Auth o Spotify Auth può essere elegante, ma raramente è ciò che rende un prodotto utile nelle prime fasi. In un MVP conta che l’utente riesca a ottenere valore, non che l’esperienza sia perfetta.
Ed è proprio qui il punto chiave: un MVP non serve a soddisfare gli utenti, ma a farti capire cosa non funziona, cosa migliorare e in quale direzione andare.
Negli ultimi anni sono nati molti strumenti basati su AI come Lovable e piattaforme simili che promettono di creare MVP in tempi rapidissimi.
Questi tool sono utili, soprattutto nelle fasi iniziali, per realizzare prototipi sperimentali, test di mercato o progetti pensati per capire se esiste traffico o interesse reale.
Il problema nasce quando l’idea è già stata validata, magari con sondaggi, interviste o smoke test. In quel caso, affidarsi a soluzioni troppo automatiche può aumentare il rischio invece di ridurlo.
Un MVP efficace, quando si è già oltre la fase esplorativa, deve essere solido, coerente e comprensibile per l’utente.
Non dovrebbe sembrare un collage di funzionalità preconfezionate, ma il risultato di uno studio su cosa l’utente vuole, come lo vuole e perché lo usa.
Un prodotto che cade, confonde o trasmette poca affidabilità può compromettere la validazione.
Uno degli errori più comuni è pensare che l’MVP sia il primo passo di una startup.
In realtà, non lo è. Prima di arrivare allo sviluppo di un Minimum Viable Product dovrebbe esserci almeno una validazione minima del problema.
Capire se il problema esiste davvero, se è sentito e se qualcuno è disposto a pagare per risolverlo.
Partire il prima possibile con un MVP non accelera il processo, anzi spesso lo rallenta.
Sviluppare troppo presto significa iterare su basi sbagliate, sprecare risorse e dover rifare scelte che potevano essere evitate.
Il tempo corretto per creare un MVP si colloca generalmente tra due e tre mesi.
Scendere sotto questa soglia spesso significa aver dedicato poco tempo allo studio del problema e al ragionamento strategico. Allungare troppo i tempi, invece, porta quasi sempre
a un MVP troppo strutturato, con più funzionalità del necessario e una complessità che non serve in questa fase.
Per aiutare le startup a sviluppare MVP efficaci in tempi contenuti, noi di Capital Venture Consulting invitiamo i nostri clienti a collaborare con Jready Srl, una software house specializzata in startup early stage.
Questo approccio ha permesso di portare alcune idee da zero a prodotto funzionante in tempi rapidi, con risultati concreti.
il team di Jready ha collaborato con più di 40 startup, molte delle quali, grazie ad una struttura tecnologica importante sono riuscite a chiudere round di investimento che vanno dai 300 mila euro fino a oltre 1 milione di euro.
Nel tempo abbiamo richiesto a Jready di lavorare più volte su MVP legati a startup che avevano già vinto bandi o ottenuto finanza agevolata.
In questi contesti l’attenzione non è solo sul prodotto, ma anche sulla rendicontazione, sulla precisione dello sviluppo e sull’aderenza ai requisiti richiesti.
I risultati sono stati costantemente positivi, con clienti soddisfatti sia dal punto di vista tecnico che strategico.
Questo dimostra come un MVP, se costruito nel momento giusto e nel modo corretto, possa diventare un vero acceleratore di crescita.
















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